LA RIFORMA DEGLI AMMINISTRATORI CONDOMINIALI: Un disegno di legge nato già morto, di Nunzio Costa

Il tendone a righe. Un caso di mediazione condominiale

Non per niente facile trovarsi ad impersonare il ruolo di Mediatore, tra inquilini di uno stesso stabile, dove uno per anzianità di residenza si arroga in partenza il diritto di avere maggiore peso in qualsiasi situazione. Lo stato di ostilità che sfociava spesso in atteggiamenti aggressivi di rivalsa verso la nuova inquilina non supportati da alcun torto se non quello di voler vivere tranquillamente nella propria abitazione.
Ed ora i protagonisti, anzi le protagoniste, che verranno da ora in poi denominate come:
Inquilina 1, l’ultima arrivata in un bilocale con una gattina;
inquilina 2, colei che viveva in un appartamento più grande con un cane, comunicante con l’appartamento dello stabile a fianco dove risiedeva un figlio adulto.
IL FATTO SCATENANTE
L’inquilina 1, che desiderava avere un riparo e un po’ di ombra sul suo piccolo balcone, chiese all’Amministratore di poter far montare una tenda, che riprendesse il tessuto e i colori presenti nelle tende già presenti negli altri terrazzi. Ottenne il via libera e per non creare problematiche con l’inquilina 2 dell’appartamento sopra, si fece montare sulla ringhiera del balcone due braccetti a cui andava agganciato il tendone che venne fissato al suo muro e non sotto al balcone dell’inquilina 2 del piano di sopra, proprio per evitare qualsiasi controversia.
L’inquilina 2, che fin dall’arrivo della inquilina 1, aveva innescato una serie di comportamenti irritanti fino a confluire in un mobbing e in una serie di attacchi personali offensivi e ossessivi, una volta montata la tenda, aveva chiamato i figli e il muratore del condominio ad osservare, dal giardino, la parte inferiore del suo balcone dove alcune strisce ammalorate di polistirolo che lei stessa anni prima aveva fatto incollare per avere meno umidità visto che aveva fatto chiudere il suo balcone da vetrate. Lo scopo dell’inquilina 2 era avere dei testimoni che avvalorassero la sua tesi ovvero che dovevano essere stati i montatori della tenda dell’inquilina 1 che le avevano procurato quel danno. Il muratore non avvallò questa tesi ma anzi spiegò che le strisce si erano distaccate poiché il collante con il passare del tempo non teneva più, ma questo parere non fermò l’inquilina 2 dal tentare, tramite un legale, di richiedere all’inquilino 1 il pagamento del danno ed il ripristino del sotto balcone.
A quel punto l’inquilina 1, per niente sorpresa dall’atteggiamento vessatorio, consultò a sua volta un legale che conosceva bene e che partì con una lettera di diffida che sarebbe sfociata in una querela, corredata da foto e da prove raccolte concrete, come messaggi intimidatori messi in buchetta ed altro, che avrebbero dimostrato il comportamento disturbante dell’inquilina 2.
Poi, dopo che i rispettivi legali si consultarono la controversia si placò con la rinuncia alla richiesta del risarcimento. Pr un certo lasso di tempo, tutto sembrò procedere all’interno del condominio, otto una parvenza di calma piatta, ma in realtà l’inquilina 2 non si era arresa nel suo folle proposito di arrivare a costringere l’inquilina 1, a fare fagotto ed andarsene.
Così ripresero i soliti, ma sempre diversi e fantasiosi, atteggiamenti persecutori anche verso il fidanzato dell’inquilina che nel periodo del Covid, ogni qual volta accedeva alla dimora della inquilina 1, spesso trovava nel vano scale questa persona che urlando gli diceva che non abitando in quello stabile non poteva accedere cercando di chiudergli il portone d’accesso, accanto a lei il suo cane che veniva incitato a ringhiare. Nel frattempo, l’amministratore, riceveva via PEC, delle email deliranti con lamentele varie dall’inquilina 2, mentre da parte dell’inquilina 1 raccoglieva richieste di aiuto e sostegno con possibili soluzioni per riprendersi la tranquillità della propria vita; da buon padre di famiglia e percependo empaticamente quello che stava sopportando propose, per un possibile cambio di rotta, un tentativo di soluzione che prevedeva l’ingresso tra le due inquiline di una terza persona, ed è a questo punto che entrò il Mediatore condominiale.
Presentato dall’amministratore come possibile soluzione, fu accettato inizialmente con sospetto, ma si mostrò da subito persona non manipolabile, obiettiva e rassicurante con un’ottima padronanza nell’abito dei regolamenti e della comunicazione.
• Dopo i primi colloqui per ascoltare i vissuti e i racconti delle parti separatamente coinvolte, senza obbligo di comunicare forzatamente su episodi di cui non si voleva parlare all’interno di una comunicazione che utilizzava anche la parte non verbale, si giunse ad accettare una proposta indicativa di qualche incontro a tre in un ambiente protetto in cui poter far emergere le emozioni anche di chi subisce dandone lettura a chi perdurava in comportamenti errati (spiare i movimenti, pro curare ansia suonando al campanello, rivolgere offese alla persona ogni volta che si incontravano per strada, ecc.) senza rendersi conto di cosa stesse provocando nell’inquilina 1, che ogni qual volta si trovava ad uscire da casa, prima guardava dall’occhiello e stava in ascolto se sentiva l’inquilina scendere le scale, questo per non incontrarla.
Tra le storie emerse, c’era stato anche l’episodio dell’arrivo dei Carabinieri chiamati dall’inquilina 2 che dopo essere anche entrati ed aver conosciuto l’inquilina 1, si scusarono capirono subito e le consigliarono di ignorarla,
Il mediatore ascoltava e notò che lo sguardo aggressivo dell’inquilina 2, era meno accigliato, anche se la postura era rimasta imponentemente minacciosa mentre gli occhi dell’inquilina 1 erano sempre più velati. Qualcosa si stava muovendo, ma c’era ancora tanto lavoro da fare.
Non fu un percorso facile, a volte sembrava al Mediatore di trovarsi su un ring in un incontro di pugilato, dove l’umiltà e la riservatezza dell’inquilina 1 la trasformavano in una incassatrice di colpi anche sleali ma il suo lavoro era farle capire che non poteva cadere sotto quei colpi anche se facevano male, lei era nei suoi diritti, non aveva fatto nulla di male, doveva rialzarsi e riprendersi la sua vita.
Occorreva portare le parti ad un recupero di consapevolezza, di penetrazione nell’Io dell’altro per far capire all’inquilino 2 lo stato di ciò che subiva l’inquilino 1. Le diverse narrazioni dei fatti, mostravano motivazioni con giustificazioni a volte inconsistenti.
Il percorso in ogni caso avrebbe fatto bene ad entrambe le parti interessate, certo il mediatore si avvaleva di correttivi con l’intento di raggiungere come obiettivo finale, il superamento dei conflitti sottoponendo alcune soluzioni condivise per arrivare a convivere ignorando certi atteggiamenti ed acquisendo una tolleranza nella regolazione di una organizzazione che prevedeva anche l’ignorare il vicino.
FINALE
Un confronto pacifico in questo percorso di Mediazione dialogica permise il raggiungimento di questi 5 step:
a) L’inquilina 2 non rivolse più alcuna offesa denigratoria alla inquilina 1;
b) venne coinvolta la figura del figlio che risiedeva nell’appartamento comunicante nello stabile adiacente che iniziò ad affiancare la madre nelle riunioni condominiali e questa presenza fu positiva per mantenere la tranquillità;
c) ignorarsi a vicenda nei momenti di entrata ed uscita quotidiana dal condominio;
d) rispettare i diritti e la libertà dell’altro;
e) comprendere il valore e il vissuto dell’altro senza oltrepassare quella linea di confine rosso di una intolleranza che poteva sfociare in atteggiamenti conflittuali.
Al termine del lavoro di conciliazione, il mediatore sottopose alle due inquiline la compilazione di un breve questionario sul percorso svolto.
Anche se il percorso avrebbe forse richiesto più incontri, grazie alle capacità maturate e alle competenze relazionali raggiunte, il mediatore condominiale ritenne raggiunto un buon livello di soddisfazione per entrambe le parti coinvolte avendo alla fine migliorato lo stato di vivibilità e di libertà nello stesso condominio

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